«Tanto va tutto ai miei figli»
Quando con un cliente arriviamo a parlare di successione, la risposta più frequente è questa: «Il testamento? Non serve, tanto va tutto a mia moglie e ai ragazzi». Ed è vero: anche senza testamento il patrimonio resta in famiglia. Il punto è come ci resta.
Chi non fa testamento lascia che sia la legge a dividere. E la legge non divide i beni: divide quote. Fare testamento serve proprio a decidere chi riceve cosa, invece di consegnare a tutti un pezzo di tutto.
Chi eredita senza testamento, e in che quote
Il Codice civile stabilisce come si divide l’eredità quando il testamento manca. Nella famiglia più comune, coniuge e figli, le regole sono due (articolo 581):
- con un solo figlio, metà al coniuge e metà al figlio;
- con due o più figli, un terzo al coniuge e due terzi ai figli, in parti uguali.
Se non c’è un coniuge, tutto va ai figli in parti uguali. In tutti questi casi, però, nessuno riceve un bene preciso: ciascuno diventa titolare di una quota di ogni bene. La casa, il conto, le quote della società, l’immobile in affitto.
La casa di tutti che nessuno può vendere
Questa situazione ha un nome: comunione ereditaria. Per vendere l’intero appartamento serve l’accordo di tutti; per la gestione e le locazioni valgono maggioranze e regole diverse. Se una quota di srl è in comunione, i diritti sociali si esercitano attraverso un rappresentante comune.
Finché la famiglia è unita, si fa. Quando i fratelli hanno esigenze diverse (uno vuole vendere, l’altro vuole tenere, il terzo vive all’estero) la comunione diventa un blocco. Se non si trova un accordo, si arriva alla divisione davanti a un giudice, con tempi e costi che nessuno aveva messo in conto.
C’è poi un diritto che molti non conoscono. Al coniuge superstite spettano, nei presupposti dell’articolo 540, il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e l’uso dei mobili, se di proprietà del defunto o comuni. È una tutela giusta, ma va considerata: i figli ereditano una quota di una casa che, di fatto, non possono usare né vendere liberamente.
Un esempio con numeri ipotetici
Facciamo un esempio, con numeri ipotetici. Un imprenditore lascia la moglie e due figli. Il patrimonio vale 2 milioni di euro: la casa di famiglia da 500.000 euro, il 100% della società da 1,2 milioni, 300.000 euro di risparmi. Uno dei figli lavora in azienda da quindici anni, l’altra fa l’architetto a Milano.
Senza testamento, le quote ereditarie sono di un terzo ciascuno, ferma la tutela abitativa della moglie. La partecipazione societaria entra inizialmente nella comunione ereditaria: prima della divisione i diritti sociali si esercitano tramite un rappresentante comune. Il figlio che guida l’azienda non ne ottiene automaticamente il controllo esclusivo.
Il testamento può organizzare le attribuzioni, ma in questo esempio da solo non risolve lo squilibrio: l’azienda vale 1,2 milioni e agli altri resterebbero 800.000 euro. Già le quote riservate alla moglie e all’altra figlia ammontano complessivamente a un milione, oltre alla tutela abitativa. Per assegnare tutta l’azienda a un figlio occorre quindi pianificare anche il riequilibrio delle altre posizioni.
Cosa può fare un testamento, e cosa non può togliere
Il testamento non permette di fare tutto. La legge riserva ai familiari più stretti una quota minima, la legittima: se viene lesa, chi ne ha diritto può agire per reintegrarla. Con coniuge e due o più figli, al coniuge spetta comunque un quarto del patrimonio e ai figli la metà, divisa in parti uguali (articolo 542). Resta un quarto, la quota disponibile, che si può lasciare a chi si vuole.

Dentro questi limiti, il testamento fa tre cose che la legge da sola non fa. Assegna beni precisi a persone precise, evitando la comunione. Usa la quota disponibile per riequilibrare chi ha dato di più alla famiglia o all’azienda. E tiene conto di quello che è già stato dato in vita: ne ho parlato nell’articolo sulla donazione ai figli in vita, perché anche le donazioni entrano nei conti della successione.
Quanto alla forma, la più semplice è il testamento olografo: scritto interamente a mano, datato e firmato. Quello pubblico si fa davanti al notaio, con due testimoni. Il primo costa poco ma si presta a errori e contestazioni; il secondo costa di più ma è difficile da impugnare per difetti di forma.
Fare testamento come parte di un disegno
Un testamento scritto in un pomeriggio, senza guardare il patrimonio nel suo insieme, rischia di creare problemi nuovi. Lasciare la casa a un figlio senza sapere quanto vale rispetto al resto, per esempio, può ledere la legittima degli altri e aprire una causa.
Per questo lo considero l’ultimo passo di un ragionamento. Prima si capisce cosa c’è, quanto vale e a chi serve cosa; poi si scrive. È il percorso che ho descritto parlando di passaggio generazionale.
Le domande giuste da farsi
- Se domani mancassi, chi erediterebbe cosa secondo la legge? Lo so davvero?
- Nel mio patrimonio ci sono beni che non si possono dividere senza danneggiarli, come un’azienda o un immobile di famiglia?
- Uno dei miei figli ha già ricevuto qualcosa in vita, o ha dato più degli altri?
- Come userei la quota disponibile, se dovessi decidere oggi?
- Il testamento che ho, se ce l’ho, è ancora coerente con la mia famiglia e il mio patrimonio di oggi?
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