· Passaggio generazionale

Donazione ai figli in vita: un gesto da pensare bene

Aiutare un figlio a comprare casa è un gesto naturale. Ma una donazione di oggi può pesare sulla successione di domani, anche tra fratelli.

di , consulente finanziario a Perugia

Donazione ai figli in vita: un gesto da pensare bene

“Glielo do adesso, che gli serve”

È una delle decisioni più frequenti e più comprensibili. Un figlio compra casa, si sposa, apre uno studio o un’attività. Il genitore ha le risorse per aiutarlo e sceglie di farlo subito, invece di aspettare. Perché aspettare, del resto?

Il gesto è generoso e spesso anche sensato. Il punto è che una donazione non è mai un fatto isolato. È un pezzo del futuro passaggio generazionale, anche quando non lo si pensa in questi termini. E ha regole proprie, che conviene conoscere prima.

Un po’ di teoria: legittima e collazione

Il diritto successorio italiano si fonda su un principio preciso: alcuni familiari stretti, i cosiddetti legittimari (coniuge, figli e, in assenza di figli, gli ascendenti), hanno diritto a una quota minima del patrimonio del defunto, che non può essere loro tolta. È la quota di legittima. Ciò che resta è la quota disponibile, di cui si può disporre liberamente.

Il dettaglio che molti non conoscono è questo: per calcolare se la legittima è stata rispettata, si tiene conto anche delle donazioni fatte in vita. In altre parole, il patrimonio “di riferimento” non è solo quello che c’è al momento della successione, ma anche quello che è stato donato negli anni precedenti.

A questo si aggiunge l’istituto della collazione: i figli, i loro discendenti e il coniuge che concorrono alla successione devono, salvo dispensa, “rimettere in conto” le donazioni nella divisione. La dispensa opera soltanto nei limiti della quota disponibile. Il principio è di equità: ciò che un figlio ha ricevuto prima viene considerato come un anticipo sulla sua parte.

Quando un aiuto diventa un problema

Facciamo un esempio. Due figli. Al primo, quindici anni fa, i genitori hanno donato l’appartamento in cui vive. Al secondo, più giovane, non è mai stato donato nulla, perché all’epoca non ne aveva bisogno.

Alla successione, il secondo figlio può legittimamente chiedere che quella donazione venga considerata. E il valore di riferimento, nella collazione, è di norma quello del bene al momento dell’apertura della successione, non quello di quindici anni prima. Se nel frattempo l’immobile si è rivalutato, la differenza può essere notevole.

Nessuno dei due figli ha fatto nulla di sbagliato. Ma una scelta fatta con le migliori intenzioni può trasformarsi in una discussione tra fratelli proprio nel momento più delicato.

Non è solo una questione di immobili

Le stesse considerazioni valgono per somme di denaro, quote societarie, investimenti. E valgono anche per forme di aiuto meno evidenti: il pagamento di un mutuo, un bonifico importante, l’intestazione di un bene acquistato con denaro dei genitori. Non tutto ciò che passa da un genitore a un figlio ha la stessa natura giuridica, e le conseguenze possono essere molto diverse.

C’è poi un aspetto fiscale. Donazioni e successioni tra genitori e figli godono in Italia di una franchigia di 1 milione di euro per ciascun beneficiario, oltre la quale si applica un’imposta del 4%. Occorre però distinguere: le precedenti donazioni fiscalmente rilevanti dello stesso genitore si cumulano ai fini della franchigia sulle successive donazioni; non consumano invece la franchigia dell’imposta di successione. La tutela della legittima segue regole civilistiche distinte.

Il vero tema: la coerenza nel tempo

Il passaggio generazionale ben fatto non è un evento, è un percorso. Ogni donazione fatta oggi è una tessera di un mosaico che si completerà solo più avanti. Il rischio non è donare: è donare senza avere in mente il disegno complessivo, e lasciare ai figli il compito di ricostruirlo dopo.

Le domande giuste da farsi

  • Ho tenuto traccia di tutto ciò che ho già dato ai miei figli negli anni, anche in forme indirette?
  • Se oggi aiuto un figlio, come intendo riequilibrare la posizione degli altri, ora o in futuro?
  • Voglio che quanto dono venga considerato un anticipo sull’eredità, oppure no? L’ho espresso in modo chiaro?
  • Ho valutato che il bene donato potrebbe rivalutarsi in modo molto diverso da altri beni che lascerò?
  • I miei figli conoscono le mie intenzioni, o dovranno interpretarle?
  • Esiste un quadro complessivo, anche solo abbozzato, di come vorrei che il mio patrimonio passasse alla generazione successiva?

Sono domande che si fanno volentieri a tavolino, con calma. Molto meno volentieri, e con molta più fatica, quando a farle sono gli eredi.

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