«Ho perso soldi, almeno ci risparmio le tasse?»
È una domanda che arriva dopo ogni anno difficile sui mercati. Chi ha venduto un investimento in perdita spera, giustamente, che quella perdita serva almeno a qualcosa. E in effetti può servire: le minusvalenze possono dare un beneficio fiscale, se esistono guadagni compensabili entro i termini.
Il problema è che il beneficio ha condizioni e una scadenza: non è un credito rimborsabile dal fisco. Ogni anno, in Italia, una parte delle perdite sugli investimenti scade senza essere mai stata usata. Non per scelta, ma perché nessuno ci ha fatto caso.
Cos’è una minusvalenza e quanto può far risparmiare
Qui consideriamo una persona fisica che investe fuori dall’attività d’impresa, in regime dichiarativo o amministrato. La gestione patrimoniale in regime gestito segue regole diverse. Una minusvalenza è la perdita che si realizza vendendo un investimento a un prezzo più basso di quello pagato: azioni, obbligazioni, quote di fondi, ETF, certificati. Finché non si vende, la perdita esiste solo sulla carta e non conta per il fisco.
Una volta realizzata, la minusvalenza si può usare per ridurre le imposte su guadagni futuri della stessa natura. Poiché i guadagni sugli investimenti sono tassati, di regola, al 26%, ogni 100 euro di minusvalenza usata fanno risparmiare fino a 26 euro di imposte.
C’è un’eccezione importante: le perdite sui titoli di Stato e su quelli equiparati, i cui guadagni sono tassati al 12,5%, contano solo per il 48,08% del loro importo.
Il limite dei quattro anni
La regola è nell’articolo 68 del Testo unico delle imposte sui redditi: una minusvalenza si può usare nell’anno in cui si realizza e nei quattro anni successivi. Una perdita realizzata nel 2026, quindi, scade il 31 dicembre 2030.
Dopo quella data la perdita non è più utilizzabile, anche se nel frattempo non c’è mai stata l’occasione di usarlo. Chi ha subito perdite importanti in un anno difficile e poi ha investito solo in strumenti che non generano guadagni compensabili rischia di perderlo per intero.
| Anno | Minusvalenza realizzata nel 2026 |
|---|---|
| 2026 | Può essere utilizzata nell’anno di realizzo secondo le regole del regime fiscale applicato |
| 2027–2030 | Può compensare guadagni fiscalmente compatibili entro il termine |
| Dal 1° gennaio 2031 | Non è più utilizzabile |
La minusvalenza è una perdita fiscalmente riportabile, non un credito rimborsabile. L’ultimo giorno utile è il 31 dicembre 2030.
Perché non tutti i guadagni possono assorbire una perdita
Questo è il punto più tecnico, e quello che sorprende di più. Per il fisco i guadagni sugli investimenti si dividono in due famiglie.
- I redditi diversi: le plusvalenze su azioni, obbligazioni, certificati e alcuni altri strumenti. Possono assorbire le minusvalenze.
- I redditi di capitale: cedole, dividendi e soprattutto i guadagni realizzati su fondi comuni ed ETF. Non possono assorbire le minusvalenze.
C’è un’asimmetria che spiazza molti: una perdita su un fondo o su un ETF è una minusvalenza, quindi può generare un beneficio fiscale; un guadagno su un fondo o un ETF, invece, è un reddito di capitale e non lo può usare. Chi investe quasi solo in fondi può accumulare perdite che non riuscirà mai a recuperare.
Un esempio con numeri ipotetici: 20.000 euro di perdite e quattro anni per usarle
Facciamo un esempio, con numeri ipotetici. Nel 2026 una persona vende alcuni fondi e realizza 20.000 euro di minusvalenze. Il risparmio fiscale potenziale vale fino a 5.200 euro, ipotizzando perdite integralmente rilevanti al 26%.
Nei quattro anni successivi investe solo in fondi ed ETF e realizza 30.000 euro di guadagni. Paga il 26% su tutti, cioè 7.800 euro, perché quei guadagni sono redditi di capitale e non possono assorbire le perdite. Il 31 dicembre 2030 termina la possibilità di utilizzare quelle minusvalenze.
Se negli stessi anni avesse realizzato anche 20.000 euro di plusvalenze compensabili soggette al 26% su azioni o obbligazioni, avrebbe potuto azzerarle con le perdite e risparmiare 5.200 euro. È uno dei tanti modi in cui il rendimento che resta in tasca si allontana da quello sulla carta, come spiego nell’articolo su rendimento lordo e netto.
Le domande giuste da farsi
- Ho delle minusvalenze accumulate, e sono in grado di dire a quanto ammontano e quando scadono?
- I miei investimenti generano guadagni che possono assorbirle, o sono quasi tutti fondi ed ETF?
- Le perdite sono su un intermediario e i guadagni su un altro? Chi tiene il conto?
- Se ho chiuso un rapporto con una banca, le minusvalenze sono state trasferite o riportate in dichiarazione?
- Qualcuno guarda ogni anno, prima di dicembre, quali minusvalenze stanno per scadere?
Avere investimenti presso più intermediari complica proprio questo conto, perché ognuno vede solo la sua parte: ne parlo nell’articolo sugli investimenti in più banche.
Se vuoi guardarlo con i tuoi numeri, richiedi un primo incontro.



