Il numero che vediamo e quello che conta
Quando si valuta un investimento, il primo numero che salta all’occhio è quasi sempre il rendimento. “Rende il 4%”, “ha fatto il 7% l’anno scorso”. È un numero semplice, facile da confrontare, e proprio per questo pericoloso.
Perché tra il rendimento dichiarato e quello che effettivamente arriva nelle nostre tasche ci sono almeno tre passaggi: le imposte, i costi e l’inflazione. Ognuno toglie qualcosa. E il risultato finale, quello che conta davvero, può essere molto diverso da quello di partenza.
Primo passaggio: le imposte
Per una persona fisica che investe fuori dall’attività d’impresa, i redditi di natura finanziaria sono in generale tassati con un’aliquota del 26%. Se il 4% è interamente imponibile a questa aliquota, significa che circa un punto percentuale va all’erario, e ne resta circa il 2,96%.
Ci sono però eccezioni importanti. I titoli di Stato italiani e quelli dei Paesi che garantiscono un adeguato scambio di informazioni, oltre ad alcuni titoli equiparati, godono di un’aliquota agevolata del 12,5%. Per questo il confronto tra un titolo di Stato e un’obbligazione societaria con lo stesso rendimento lordo non è mai alla pari: a parità di numero, il netto è diverso.
A questo si aggiunge l’imposta di bollo sui prodotti finanziari, pari allo 0,20% annuo del valore, che si paga indipendentemente dal fatto che l’investimento abbia guadagnato o perso.
Secondo passaggio: i costi
Ogni strumento finanziario ha dei costi: commissioni di gestione, costi di transazione, spese di custodia. Presi singolarmente sembrano piccoli, spesso nell’ordine di qualche decimale. Ma agiscono ogni anno e, soprattutto, si compongono nel tempo.
L’importante è conoscere il costo complessivo, anche quando singole commissioni sono azzerate, ma sapere quanti sono e cosa si ottiene in cambio. Un costo è giustificato se produce valore: gestione, protezione, consulenza, efficienza. Se non si sa cosa si sta pagando, è difficile valutare se ne vale la pena.
Terzo passaggio: l’inflazione
L’ultimo passaggio è il più trascurato. Se il rendimento netto è del 2,5% e l’inflazione è del 2%, il guadagno reale in termini di potere d’acquisto è di circa mezzo punto. Se l’inflazione è al 3%, lo stesso investimento sta perdendo valore reale, pur mostrando un rendimento positivo.
È la differenza tra arricchirsi sulla carta e arricchirsi davvero.
Un’altra sfumatura: non tutti i redditi finanziari sono uguali
C’è poi un tema tecnico che vale la pena almeno nominare. Il sistema fiscale italiano ha storicamente distinto tra diverse categorie di redditi finanziari, con regole diverse su come si possono compensare guadagni e perdite. Il risultato è che due portafogli con lo stesso rendimento lordo possono avere un’efficienza fiscale molto diversa, a seconda degli strumenti che li compongono e di come sono detenuti.
È un ambito tecnico, oggetto negli ultimi anni di un percorso di riforma, e proprio per questo va guardato con attenzione caso per caso: le regole contano, e cambiano.
Il caso delle perdite
Una considerazione finale. Anche le perdite hanno un valore fiscale. In determinate condizioni, una minusvalenza può essere utilizzata per ridurre le imposte su guadagni futuri, entro limiti di tempo precisi. Molti investitori non sanno di avere perdite fiscali “in scadenza” nel proprio dossier titoli, che dopo un certo periodo non potranno più essere utilizzate.
Le domande giuste da farsi
- Conosco il rendimento netto dei miei investimenti, dopo imposte e costi, e non solo quello lordo?
- Quando confronto due strumenti, li confronto al netto della loro diversa tassazione?
- So quanto pago ogni anno in costi, in euro e non solo in percentuale? E cosa ottengo in cambio?
- Il mio portafoglio è costruito tenendo conto dell’efficienza fiscale, oppure è la somma di scelte fatte in momenti diversi?
- Ho delle minusvalenze pregresse nel mio dossier? So quando scadono?
- Il rendimento reale, dopo l’inflazione, è positivo?
Nessuna di queste domande riguarda la scelta del prossimo investimento. Riguardano tutte la capacità di valutare quelli che già si hanno. Ed è spesso lì che si trovano le sorprese.
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