La scelta che sembra non avere rischi
Tra le frasi che sento più spesso nei primi incontri c’è questa: “Per ora li lascio sul conto, almeno lì non perdo niente”. È una frase comprensibile. Il saldo resta uguale, non ci sono oscillazioni da guardare, nessuna notizia di borsa che toglie il sonno.
Il punto è che il saldo non è la misura giusta. Quello che conta non è quanti euro ci sono sul conto, ma che cosa quegli euro permettono di comprare. E questa seconda misura, a differenza della prima, si muove anche quando noi restiamo fermi.
Un po’ di teoria: valore nominale e potere d’acquisto
Gli economisti distinguono tra valore nominale e valore reale.
- Il valore nominale è il numero che leggiamo sull’estratto conto: 100.000 euro oggi, 100.000 euro tra dieci anni.
- Il valore reale è ciò che quei 100.000 euro valgono in termini di beni e servizi, cioè al netto dell’inflazione.
Facciamo un esempio semplice. Con un’inflazione media del 2% l’anno, dopo dieci anni 100.000 euro fermi avranno un potere d’acquisto pari a circa 82.000 euro di oggi. Nessuno ha prelevato nulla, il saldo è identico, eppure quasi un quinto del valore non c’è più.
Il 2%, per inciso, è l’obiettivo di inflazione della Banca Centrale Europea: non uno scenario pessimistico, ma quello che viene considerato “normale”. Negli anni in cui l’inflazione è stata più alta, come il biennio 2022–2023, l’erosione è stata molto più rapida.
C’è anche una regola pratica che aiuta a fare i conti a mente, la regola del 72: dividendo 72 per il tasso di inflazione si ottiene, in modo approssimativo, il numero di anni in cui il potere d’acquisto si dimezza. Al 2% servono circa 36 anni; al 3% ne bastano 24; al 4%, 18.
“Ma io ho il conto deposito”
Obiezione giusta, e merita una risposta onesta. Un conto deposito o altri strumenti di liquidità remunerata riducono il problema, ma non lo eliminano automaticamente. Per capire se lo risolvono bisogna fare tre passaggi:
- partire dal tasso lordo offerto;
- togliere la tassazione sugli interessi (in Italia, in genere il 26%) e l’eventuale imposta di bollo;
- confrontare quello che resta con l’inflazione del periodo.
Se il risultato è positivo, il capitale sta effettivamente crescendo in termini reali. Se è vicino allo zero o negativo, sta semplicemente perdendo valore più lentamente. Due situazioni molto diverse, che dall’esterno sembrano uguali.
La liquidità non è un errore. Il problema è quando diventa un’abitudine
Voglio essere chiaro su un punto: avere liquidità è giusto e necessario. Serve per le spese impreviste, per le scadenze fiscali, per le opportunità, per dormire tranquilli. Nessun piano serio prevede di investire fino all’ultimo euro.
La questione è un’altra: quanta liquidità serve davvero, e a cosa. Spesso sul conto finiscono, mescolati insieme, soldi con funzioni molto diverse:
- la riserva per le emergenze;
- le somme che serviranno tra pochi mesi (tasse, un acquisto, gli studi dei figli);
- il capitale che in realtà non verrà toccato per anni, ma che nessuno ha mai deciso dove collocare.
È soprattutto quest’ultima parte a pagare il prezzo più alto dell’inerzia. Non perché qualcuno abbia deciso di tenerla lì, ma perché nessuno ha deciso il contrario.
Anche restare fermi è una scelta
C’è un aspetto psicologico che vale la pena nominare. Gli studi di finanza comportamentale parlano di status quo bias: la tendenza a preferire la situazione attuale semplicemente perché è quella attuale. Non fare nulla ci sembra neutro, mentre ogni cambiamento ci sembra un rischio.
In realtà, lasciare un capitale fermo per anni è una decisione di investimento a tutti gli effetti, con un rendimento atteso (spesso negativo in termini reali) e un rischio preciso: quello di arrivare al momento in cui i soldi servono e scoprire che valgono meno del previsto.
Le domande giuste da farsi
Prima di decidere se e come muovere la propria liquidità, conviene rispondere con calma a queste domande:
- Quanto della mia liquidità è davvero una riserva di sicurezza, e quanto è capitale che non tocco da anni?
- Conosco il rendimento netto reale di ciò che ho sul conto o sul conto deposito, cioè dopo tasse, costi e inflazione?
- Quali spese importanti prevedo nei prossimi 12–36 mesi, e quando esattamente?
- Se tra dieci anni guardassi indietro, sarei soddisfatto di come ha lavorato questo capitale?
- Sto tenendo i soldi fermi per una scelta consapevole o perché non ho ancora trovato il tempo di pensarci?
Se alcune di queste domande non hanno una risposta chiara, è già un’informazione utile. Di solito è da lì che conviene partire.
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