«Il fondo pensione? Ce l’ho, ci metto qualcosa ogni tanto»
Quando parlo di previdenza integrativa con professionisti e imprenditori, la risposta più frequente è questa. Il fondo c’è, aperto anni fa, alimentato in modo irregolare: un versamento a dicembre quando avanza qualcosa, niente negli anni pieni di spese.
Il risultato è che una delle poche agevolazioni fiscali davvero generose resta usata a metà. La deduzione della previdenza complementare funziona come uno sconto sulle imposte che si perde, anno dopo anno, se non lo si usa.
Come funziona la deduzione, in parole semplici
Quello che versi in una forma di previdenza complementare (fondo pensione aperto o negoziale, piano individuale pensionistico) si sottrae dal reddito su cui paghi l’IRPEF. Si chiama deduzione, ed è diversa dalla detrazione: non riduce l’imposta ma abbassa la base su cui l’imposta viene calcolata.
Per questo vale di più per chi ha redditi alti. Ogni euro dedotto ti fa risparmiare l’IRPEF che avresti pagato su quell’euro, cioè la tua aliquota marginale, più le addizionali regionale e comunale.
Il limite annuo e cosa succede a chi non lo usa
Dal periodo d’imposta 2026 il limite deducibile sale da 5.164,57 a 5.300 euro l’anno, per effetto della Legge di Bilancio 2026 (legge 199/2025). Nel limite rientrano anche gli eventuali contributi versati dal datore di lavoro, non le quote di TFR.
Il limite di deducibilità è annuale e, di regola, non è cumulabile. Chi versa 1.000 euro in un anno, rispetto al massimo deducibile di 5.300 euro previsto dal 2026, non potrà recuperare l’anno successivo i 4.300 euro di plafond inutilizzato.
Esiste tuttavia un’eccezione per i lavoratori di prima occupazione successiva al 31 dicembre 2006. Questi possono accumulare la quota di deducibilità non utilizzata nei primi cinque anni di partecipazione alla previdenza complementare e sfruttarla nei venti anni successivi, attraverso nuovi versamenti, beneficiando di una deduzione aggiuntiva fino a 2.650 euro annui, oltre al limite ordinario di 5.300 euro.
Un esempio con numeri ipotetici: il risparmio d’imposta per fasce di reddito
Facciamo un esempio, con numeri ipotetici. Tre persone versano ciascuna 5.300 euro nel 2026 e hanno capienza fiscale. Per ottenere i risparmi indicati, l’intera deduzione deve ricadere nello stesso scaglione; se attraversa una soglia, il calcolo va suddiviso. Il risparmio IRPEF, addizionali escluse e a parità delle altre condizioni, è:
- imponibile prima della deduzione di 25.000 euro, aliquota 23% su tutti i 5.300 euro: 1.219 euro;
- imponibile prima della deduzione di 40.000 euro, aliquota 33% su tutti i 5.300 euro: 1.749 euro;
- imponibile prima della deduzione di 60.000 euro, aliquota 43% su tutti i 5.300 euro: 2.279 euro.
Per il professionista nello scaglione più alto, quindi, versare 5.300 euro costa in realtà poco più di 3.000. A limiti, aliquote e capienza invariati, in vent’anni le deduzioni produrrebbero oltre 45.000 euro di risparmio IRPEF cumulato: è un beneficio in entrata, prima della tassazione delle prestazioni.
| Imponibile prima della deduzione | Versamento deducibile | Aliquota su tutta la deduzione | Risparmio IRPEF |
|---|---|---|---|
| 25.000 € | 5.300 € | 23% | 1.219 € |
| 40.000 € | 5.300 € | 33% | 1.749 € |
| 60.000 € | 5.300 € | 43% | 2.279 € |
Esempi con capienza fiscale, addizionali escluse e altre condizioni invariate. Se la deduzione attraversa più scaglioni, il risparmio si calcola applicando le rispettive aliquote alle diverse porzioni.
In uscita: come viene tassato quello che si è accumulato
La deduzione non è un regalo senza contropartita: quello che non è stato tassato in entrata viene tassato in uscita. Ma con una regola favorevole: per le prestazioni pensionistiche riferite al maturato dal 2007, la parte imponibile paga un’imposta del 15%, che scende di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al 9%. Rendimenti già tassati e contributi non dedotti, se comunicati al fondo nei termini, non sono tassati di nuovo. Alcune anticipazioni e riscatti seguono regole diverse, anche con aliquota del 23%.
Chi deduce al 43% e paga in uscita tra il 9% e il 15% ha un vantaggio netto evidente. I rendimenti maturati durante l’accumulo sono tassati a parte, con aliquote agevolate. Per capire quanto resta davvero di un investimento, rimando all’articolo su rendimento lordo e netto.
Le domande giuste da farsi
- Negli ultimi cinque anni, quanto ho versato davvero rispetto al limite deducibile?
- In quale scaglione IRPEF ricade la parte più alta del mio reddito?
- Ho indicato i versamenti in dichiarazione, o li ho fatti senza dedurli?
- Quanti anni di iscrizione avrò al momento della pensione, e quindi con quale aliquota in uscita?
- La previdenza complementare come si inserisce nel divario tra la mia pensione e il mio reddito, misurato con il tasso di sostituzione?
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