«Con il mio socio ci conosciamo da trent’anni»
È una delle risposte più frequenti quando chiedo a due soci cosa succederebbe se uno dei due venisse a mancare: «Ci conosciamo da trent’anni, non abbiamo bisogno di carte». Sulla fiducia non ho niente da obiettare. Il punto è un altro: quelle regole non servono ai soci. Servono alle loro famiglie, il giorno in cui uno dei due non c’è più a decidere.
Nelle piccole e medie imprese italiane, soprattutto in quelle familiari, il destino dell’azienda dipende spesso da una o due persone. È la sua forza, perché decide in fretta. Ed è la sua fragilità.
Tre situazioni che si somigliano
Il socio viene a mancare. In una srl, salvo regole diverse nello statuto, la partecipazione passa agli eredi. Nelle società di persone, invece, la regola generale è la liquidazione della quota agli eredi, salvo le alternative previste dalla legge e dagli accordi sociali. Il socio superstite si ritrova in società con il coniuge e i figli dell’amico di una vita: persone che non hanno scelto l’azienda, che magari non la conoscono, che hanno bisogno di un reddito o vogliono uscire. Chi li liquida? Con quali soldi? A quale valore?
Il socio si ammala a lungo. Non lavora, ma resta socio e spesso amministratore. Le decisioni si bloccano, le firme in banca diventano un problema, i clienti che seguiva personalmente cominciano a guardarsi intorno.
La persona chiave non è un socio. È il responsabile commerciale che ha in mano i clienti principali, il tecnico che conosce ogni macchina, la persona in amministrazione che sa tutto dei conti. Se si ferma per sei mesi, l’impresa rallenta. Se se ne va, a volte porta con sé una parte del fatturato.
Un esempio con i numeri
Facciamo un esempio ipotetico. Una srl con due soci al 50%, un valore stimato di 2 milioni di euro. Uno dei soci viene a mancare e i suoi eredi ricevono quote per un valore di circa 1 milione.
Se vogliono uscire, occorre verificare se possono recedere o trovare un acquirente: il desiderio di vendere non obbliga automaticamente il socio superstite o la società a pagare quella cifra. Né il socio superstite né la società di solito ce l’hanno disponibile. Se restano, si aspettano un reddito, mentre l’azienda per trent’anni ha reinvestito quasi tutti gli utili. In entrambi i casi la tensione nasce da un fatto semplice: nessuno aveva deciso prima come sarebbe andata.
Nel frattempo l’impresa deve continuare a lavorare: pagare i fornitori, rassicurare i clienti, mantenere i rapporti con le banche, che davanti alla scomparsa di una figura chiave possono decidere di rivedere le proprie condizioni.
Quanto costa non averci pensato
- Per l’impresa: mesi di incertezza, clienti che si spostano, decisioni rinviate, fatturato che cala proprio quando servirebbe stabilità.
- Per la famiglia di chi è mancato: un patrimonio fatto di quote difficili da vendere, imposte e scadenze da affrontare, trattative con il socio in un momento di dolore.
- Per il socio superstite: dover trattare con persone a cui è legato, senza regole e senza la liquidità per chiudere la questione.
- Per il valore dell’azienda: una vendita affrettata quasi sempre si chiude a sconto.
Gli errori più comuni
- Uno statuto preso da un modello standard quando la società è nata, e mai più riletto.
- Pensare che “la legge” regoli tutto in modo ragionevole: regola, ma non necessariamente come i soci avrebbero voluto.
- Accordi verbali tra soci che le famiglie non conoscono.
- Non avere mai stimato il valore delle quote, né concordato un criterio per farlo.
- Proteggere la famiglia dell’imprenditore, ma non l’impresa da cui quella famiglia dipende.
Esistono strumenti, previsti dal diritto societario e non solo, che permettono di decidere prima ciò che altrimenti verrà deciso dopo, nel modo peggiore. Quali abbiano senso dipende dalla società, dai soci e dalle loro famiglie.
Se vuoi capire cosa vale per la tua azienda, con i suoi numeri, parliamone.



